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‘Sanzioni più severe? Soluzione illusoria’

Da: La regione, 18.04.08, pag 4

‘Sanzioni più severe? Soluzione illusoria’
Violenza giovanile a scuola: il magistrato dei minorenni Reto Medici scettico sull’auspicio di Gendotti


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È illusorio credere che un giro di vite nell’applicare le punizioni nei confronti dei giovani possa avere un effetto deterrente ». Il magistrato dei minorenni Reto Medici accoglie con scetticismo l’auspicio espresso dal direttore del Decs, Gabriele Gendotti, che partecipando martedì al ple­num cantonale dei direttori di scuole professionali ha sollecita­to polizia e magistratura affin­ché intervengano con più rigore e severità nel sanzionare i ra­gazzi e le ragazze che si rendono colpevoli di atti di vandalismo e violenza fra le mura scolastiche (vedi ‘laRegione’ di ieri).
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Gli do per contro ragione – puntualizza Medici, da noi in­terpellato per una replica – quando afferma che ‘‘bisogna ar­rivare a una rete di azioni condi­vise fra tutti i protagonisti della formazione dei giovani per rag­giungere l’obiettivo di alzare di molto il livello al di là del quale oggi si ritiene legittimo, nell’am­bito di una normale contrapposi­zione fra giovani, il passaggio alla violenza’’ ».
Già a fine gennaio, ricordia­mo, il capo delle Istituzioni, Lui­gi Pedrazzini, aveva chiesto pene esemplari nei confronti dei giovani uccisori di Damiano Ta­magni. Gli aveva risposto pub­blicamente il procuratore Anto­nio Perugini, secondo cui nel nostro sistema giudiziario non esistono pene esemplari ma san­zioni giuste che fanno preciso ri­ferimento alla giurisprudenza e al Codice penale svizzero.
Ora, per fatti meno gravi ma comunque preoccupanti perché destabilizzano il clima negli isti­tuti scolastici, un altro consi­gliere di Stato si rivolge al pote­re giudiziario auspicando un
contributo reale in termini di pene da infliggere. La lezione, insomma, dev’essere più effica­ce altrimenti viene a mancare l’aspetto preventivo.
« Attualmente – premette il magistrato dei minorenni – non abbiamo in sospeso procedure ri­guardanti episodi avvenuti nelle scuole professionali. Il solo caso aperto riguarda un fatto avvenu­to in una scuola media ». Un uni­co incarto pendente, dunque. Ciò significa che la giustizia vie­ne coinvolta meno di quanto sia necessario? Oppure che i casi scolastici con risvolti penali sono veramente così pochi e per­ciò l’allarmismo è esagerato? Nel diritto penale minorile – spiega Medici – l’aspetto della celerità assume un’importanza fondamentale: « Meno tempo in­tercorre tra i fatti e la sanzione, meglio è. Perché il senso d’impu­nità, soprattutto in questo ambi­to, rappresenta un grossissimo problema. Perciò abbiamo dato il nostro contributo riducendo di oltre la metà i casi in sospeso. L’anno scorso abbiamo pronun­ciato 887 condanne », quasi il dop­pio rispetto alle 456 del 2000 e a una media annua di circa 550. Perciò un giro di vite, seppur ri­ferito alla tempestività di giudi­zio e di condanna, c’è stato.
Gendotti auspica tuttavia più severità nelle sanzioni e non me­diante una maggiore celerità. « Ogni caso va considerato atten­tamente », risponde il magistrato lasciando intendere che un ina­sprimento generalizzato non servirebbe a nulla: « Nella stra­grande maggioranza dei casi l’ammonimento, al posto di una vera e propria sanzione, è effica­ce. In udienza al ragazzo o alla ragazza in questione viene detto che il suo comportamento oggetto d’inchiesta è vietato e non è accet­tato dalla società. E perciò non deve mai più ripetersi. Quasi sempre funziona. Perché poi, in effetti, vediamo che non vi è quasi mai recidiva ».
‘Il lavoro educa’ Qualcuno però ci ricasca. Che fare? « Scatta la multa, soprattut­to per gli apprendisti perché di­spongono di un reddito. Meno con gli studenti perché c’è il peri­colo che la paghino i genitori ». Ed è una ‘buona’ condanna? « L’anno scorso – rileva Medici –
abbiamo pronunciato 104 con­danne sotto forma di prestazioni di lavoro di pubblica utilità. Uno strumento efficace perché la san­zione viene applicata a lungo ter­mine. Ha effetto su più giorni, a tempo pieno e a titolo gratuito. Così facendo i giovani si rendono conto di essere membri di una co­munità, ciò che contrasta con la tendenza all’individualismo
». Vi sono infine i casi, una ven­tina, più estremi e gravi: « Per i quali si rende per forza necessa­rio il collocamento in strutture chiuse nella Svizzera interna dove il giovane viene seguito, rie­ducato e possibilmente anche for­mato in una professione ». La cel­la non aiuta, insomma, o lo fa solo in minima parte.
E proprio l’aspetto formativo, oltre alla necessità riconosciuta di seguire maggiormente i gio­vani problematici nel loro tem­po libero, è un «
aspetto centrale » su cui il magistrato dei mino­renni insiste: « La sanzione dev’essere pronunciata cercando il giusto equilibrio ». Una puni­zione che comporti l’esclusione dalla formazione professionale, per esempio, « va assolutamente evitata perché altrimenti il giova­ne ancor più difficilmente saprà risolvere i suoi problemi ». Secon­do Medici « è illusorio credere che inasprendo le punizioni si possa avere un risultato positivo a lun­go termine. È per contro fonda­mentale fissare bene i limiti com­portamentali oltre i quali i giova­ni non potranno spingersi. Ma si tratta di un compito che non spet­ta né alla polizia né alla magi­stratura ». MA.MO.




TI- PRESS
Il magistrato dei minorenni Reto Medici

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Necessario un doppio intervento sociale
‘I ragazzi recidivi hanno spesso genitori con difficoltà educative’

Va rafforzata la rete di azioni condivise. Medici concorda, su questo punto, con Gen­dotti: «
Penso all’interdisciplinarietà ragazzi­genitori- scuola ». Il consigliere di Stato, tutta­via, non è il solo a ritenere opportuno un giro di vite nell’applicazione delle sanzioni: non di rado si sente di genitori che chiedono con­danne più pesanti nei confronti dei minori che sgarrano a ripetizione. « Noto anch’io che i genitori, affrontando questo problema dall’e­sterno e in modo generale, vorrebbero veder applicate pene più severe. Poi però quando en­trano nello specifico, magari perché diretta­mente coinvolti dal comportamento illegale di un loro figlio, come mi capita di vedere nelle 400 udienze che tengo in media ogni anno, adottano un approccio ben diverso ».
E proprio quello dei genitori non è un aspetto da sottovalutare, ai fini del ‘successo’ di una condanna e del percorso di maturazio­ne di un giovane problematico: «
Nei casi di ragazzi plurirecidivi vi sono spesso genitori con gravi difficoltà educative. E perciò si rende pure necessario lavorare – dal profilo sociale – affinché gli adulti possano recuperare il loro ruolo. Per contro nei casi ‘normali’ troviamo generalmente genitori adeguati, che provano imbarazzo e che si dicono ben disposti a colla­borare per raddrizzare la situazione facendo rispettare precise norme di condotta soprattut­to nella gestione del tempo libero e dell’impe­gno a scuola. Sono una minoranza i genitori che falliscono questo obiettivo ».
Inflitta la pena, archiviato il caso? Non pro­prio: «
Abbiamo dei feedback dalla famiglia, dal minore e dalla scuola. Ci servono per capi­re se le misure da noi applicate raggiungono lo scopo prefissato ». In conclusione, Reto Medici ribadisce che la via migliore sia quella di re­cuperare i giovani devianti attraverso il lavo­ro e la formazione. Compresi quelli che subi­scono pene detentive.

Gianfranco Scardamaglia è una figura attiva nel dibattito politico del Canton Ticino e coordinatore del Movimento Papageno, impegnato nei diritti dei genitori separati e dei figli. È Consigliere Comunale a Losone e interviene regolarmente su temi di giustizia e politiche familiari.

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