|
A scuola si registrano fenomeni di ‘sabotaggio’ del clima di lavoro,
atteggiamento omertoso, pressioni sui compagni (mobbing, minacce,
aggressioni verbale, ricatti), abbigliamento provocatorio, apatia e
mancanza generalizzata del rispetto delle persone e delle cose
(vandalismo). La soluzione? Fissare un tetto massimo di 400-500 allievi
per ogni sede scolastica in modo da gestire più facilmente il minor
numero di casi difficili; creare ‘spazi di convivenza’ all’interno
degli istituti; istituire la figura del ‘mediatore di classe’; fissare
paletti chiari per le ‘regole del gioco’; attivare appositi mediatori
sociali.
Sono, queste, alcune delle possibili misure, per
contenere il fenomeno del disagio e della violenza giovanile a
scuola, emerse martedì a Bellinzona durante il plenum dei direttori
degli istituti professionali. Dal canto suo il direttore del Decs,
Gabriele Gendotti, rivolgendosi ai presenti ha auspicato un giro di
vite nell’applicazione delle punizioni da parte delle forze
dell’ordine.
Al termine della giornata è stata ribadita la
necessità di una formazione specifica per i docenti, assicurando anche
una certa mobilità professionale (soprattutto per chi ha più anni di
servizio) e una condivisione e sostegno interni. Da più parti è stato
chiesto fino a che punto è sostenibile
l’integrazione ad oltranza di casi difficili nelle classi
regolari.
In un comunicato diffuso ieri il Dipartimento educazione, cultura e
sport (Decs) e la Divisione della formazione professionale ribadiscono
l’importanza e la necessità di «
mantenere alta la guardia nei confronti del disagio e della violenza giovanili che si registrano nelle scuole ticinesi
». Con una doverosa premessa: il fenomeno «
investe un numero limitato di ragazze e di ragazzi
». A preoccupare sono le modalità con le quali il disagio si manifesta: «
Dal ‘semplice’ disturbo in classe alle aggressioni verbali, dalle prime vie di fatto a esplosioni di violenza fisica
». La scuola
«
non è completamente impreparata, anche se il corpo docente non sempre dispone degli strumenti adatti
». Da qui la necessità di trovare misure d’intervento «
che sappiano arginare efficacemente il fenomeno facendo capo ad altri attori istituzionali come la polizia e la magistratura
».
Le proposte sul tavolo saranno approfondite ed elaborate in dettaglio nel corso delle prossime settimane. Secondo Gendotti «
bisogna arrivare a una rete di azioni condivise fra tutti i
protagonisti della formazione dei giovani per raggiungere l’obiettivo
di alzare di molto il livello al di là del quale oggi si ritiene
legittimo, nell’ambito di una normale contrapposizione fra giovani,
il passaggio
alla violenza
». In quest’ambito, ha proseguito il consigliere di Stato, «
possono certamente dare il loro contributo anche magistratura e
polizia, magari con un giro di vite nell’applicazione di punizioni,
con effetto deterrente, anche se intervengono purtroppo quando i
livelli di guardia sono già oltrepassati
».
Lo stesso discorso può valere per le sedi scolastiche? No, secondo Gendotti: «
Non si può arrivare, come peraltro era stata evocata da un
collegio di docenti, a una sorta di polizia scolastica di pronto
intervento per sedare risse o prendere in consegna ‘manu militari’
allievi particolarmente esagitati. Per queste funzioni c’è già la
polizia ordinaria, dei Comuni e del Cantone
». Alla riunione era presente anche il procuratore Antonio Perugini,
che coordina il gruppo operativo di coordinamento giovani-
violenza-educazione. La sua ricetta? «
Poche regole fondamentali, purché vengano fatte rispettare da tutti
». E poi «
bisogna valorizzare i docenti che hanno il coraggio d’intervenire contro questa minoranza di giovani
».
Paolo Colombo, direttore della Divisione della formazione professionale, ha evidenziato che «
all’interno della scuola esistono già regole chiare che vanno
rispettate da tutti; in caso contrario vi sono sanzioni certe che
possono e devono essere applicate
».
|
Comments