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È illusorio credere che un giro di vite nell’applicare le punizioni nei confronti dei giovani possa avere un effetto deterrente
». Il magistrato dei minorenni Reto Medici accoglie con scetticismo
l’auspicio espresso dal direttore del Decs, Gabriele Gendotti, che
partecipando martedì al plenum cantonale dei direttori di scuole
professionali ha sollecitato polizia e magistratura affinché
intervengano con più rigore e severità nel sanzionare i ragazzi e le
ragazze che si rendono colpevoli di atti di vandalismo e violenza fra
le mura scolastiche (vedi ‘laRegione’ di ieri).
«
Gli do per contro ragione –
puntualizza Medici, da noi interpellato per una replica
– quando afferma che ‘‘bisogna arrivare a una rete di azioni
condivise fra tutti i protagonisti della formazione dei giovani per
raggiungere l’obiettivo di alzare di molto il livello al di là del
quale oggi si ritiene legittimo, nell’ambito di una normale
contrapposizione fra giovani, il passaggio alla violenza’’
».
Già a fine gennaio, ricordiamo, il capo delle Istituzioni, Luigi
Pedrazzini, aveva chiesto pene esemplari nei confronti dei giovani
uccisori di Damiano Tamagni. Gli aveva risposto pubblicamente il
procuratore Antonio Perugini, secondo cui nel nostro sistema
giudiziario non esistono pene esemplari ma sanzioni giuste che fanno
preciso riferimento alla giurisprudenza e al Codice penale svizzero.
Ora, per fatti meno gravi ma comunque preoccupanti perché
destabilizzano il clima negli istituti scolastici, un altro
consigliere di Stato si rivolge al potere giudiziario auspicando un
contributo reale in termini di pene da infliggere. La lezione, insomma,
dev’essere più efficace altrimenti viene a mancare l’aspetto
preventivo.
«
Attualmente
– premette il magistrato dei minorenni –
non abbiamo in sospeso procedure riguardanti episodi avvenuti nelle scuole professionali. Il solo caso
aperto riguarda un fatto avvenuto in una scuola media
». Un unico incarto pendente, dunque. Ciò significa che la giustizia
viene coinvolta meno di quanto sia necessario? Oppure che i casi
scolastici con risvolti penali sono veramente così pochi e perciò
l’allarmismo è esagerato? Nel diritto penale minorile – spiega Medici –
l’aspetto della celerità assume un’importanza fondamentale: «
Meno tempo intercorre tra i fatti e la sanzione, meglio è. Perché
il senso d’impunità, soprattutto in questo ambito, rappresenta un
grossissimo problema. Perciò abbiamo dato il nostro contributo
riducendo di oltre la metà i casi in sospeso. L’anno scorso abbiamo
pronunciato 887 condanne
», quasi il doppio rispetto alle 456 del 2000 e a una media annua di
circa 550. Perciò un giro di vite, seppur riferito alla tempestività
di giudizio e di condanna, c’è stato.
Gendotti auspica tuttavia più severità nelle sanzioni e non mediante una maggiore celerità. «
Ogni caso va considerato attentamente
», risponde il magistrato lasciando intendere che un inasprimento generalizzato non servirebbe a nulla: «
Nella stragrande maggioranza dei casi l’ammonimento, al posto di
una vera e propria sanzione, è efficace. In udienza al ragazzo o alla
ragazza in questione viene detto che il suo comportamento oggetto
d’inchiesta è vietato e non è accettato dalla società. E perciò non
deve mai più ripetersi. Quasi sempre funziona. Perché poi, in effetti,
vediamo che non vi è quasi mai recidiva
».
‘Il lavoro educa’
Qualcuno però ci ricasca. Che fare? «
Scatta la multa, soprattutto per gli apprendisti perché dispongono di un reddito. Meno
con gli studenti perché c’è il pericolo che la paghino i genitori
». Ed è una ‘buona’ condanna? «
L’anno scorso
– rileva Medici –
abbiamo pronunciato 104 condanne sotto forma di prestazioni di
lavoro di pubblica utilità. Uno strumento efficace perché la sanzione
viene applicata a lungo termine. Ha effetto su più giorni, a tempo
pieno e a titolo gratuito. Così facendo i giovani si rendono conto di
essere membri di una comunità, ciò che contrasta con la tendenza
all’individualismo
». Vi sono infine i casi, una ventina, più estremi e gravi: «
Per i quali si rende per forza necessario il collocamento in
strutture chiuse nella Svizzera interna dove il giovane viene seguito,
rieducato e possibilmente anche formato in una professione
». La cella non aiuta, insomma, o lo fa solo in minima parte.
E proprio l’aspetto formativo, oltre alla necessità riconosciuta di
seguire maggiormente i giovani problematici nel loro tempo libero, è
un «
aspetto centrale
» su cui il magistrato dei minorenni insiste: «
La sanzione dev’essere pronunciata cercando il giusto equilibrio
». Una punizione che comporti l’esclusione dalla formazione professionale, per esempio, «
va assolutamente evitata perché altrimenti il giovane ancor più difficilmente saprà risolvere i suoi problemi
». Secondo Medici «
è illusorio credere che inasprendo le punizioni si possa avere un
risultato positivo a lungo termine. È per contro fondamentale fissare
bene i limiti comportamentali oltre i quali i giovani non potranno
spingersi. Ma si tratta di un compito che non spetta né alla polizia
né alla magistratura
».
MA.MO.
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