Da: CdT 29.10.10 pag 13
Lugano Svuotò il conto del marito
Un anno sospeso per la moglie 50.enne di un noto imprenditore di Reggio Emilia
In fase di divorzio, la donna fece scomparire poco meno di un milione di franchi
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«Il reato è oggettivamente grave: si parla di illeciti per poco meno
di un milione di franchi che vanno tuttavia inseriti nel contesto
famigliare in cui si sono sviluppati». Così il giudice Claudio Zali,
nel fotografare la vicenda giudiziaria che ha tenuto banco ieri alle
Correzionali di Lugano concludendosi con una condanna a 12 mesi
sospesi. A comparire alla sbarra, una 50.enne cittadina italiana, moglie
di un noto imprenditore della provincia di Reggio Emilia chiamata a
rispondere dei reati di truffa e falsità in documenti per aver sottratto
nel settembre di due anni or sono 657 mila euro (al cambio di allora
poco meno di un milione di franchi) da una relazione bancaria in un
istituto di credito di Lugano di cui il consorte era avente diritto
economico e su cui lei disponeva di procura con firma individuale.
In fase di divorzio
Gli
ingredienti sono quelli di tutte le relazioni sentimentali travagliate
e burrascose, fatte di passione e odio, litigi e ricongiungimenti,
in un crescendo destinato a sconfinare sui terreni banditi dal codice
penale fino ad approdare in aula penale. I due si incrociano nel 1995
quando l'imputata viene assunta nella ditta del futuro consorte -
specializzata nella progettazione e fabbricazione di macchinari - con
l'incarico di occuparsi dello sviluppo dell'azienda e dei rapporti con
l'estero. Tra i due scocca la scintilla e comincia una convivenza
destinata a tramutarsi in matrimonio nel
2006. Nonostante le importanti mansioni in azienda, l'imputata
percepisce uno stipendio
mensile di 1.500 euro che ritiene inadeguato
alle proprie competenze pur se il consorte - ha sostenuto - le aveva
assicurato che ogni cosa apparteneva ad entrambi. Quest'ultima
circostanza non si realizza però dal profilo giuridico: i due vivono
infatti in regime di comunione
dei beni e, quando le cose cominciano
ad andare male, la 50.enne non avrebbe potuto avanzare pretese sul
patrimonio preesistente del marito.
Il naufragio nel 2008
I
rapporti finiscono per deteriorarsi, i litigi, anche accessi, si
susseguono, fino a giungere a una richiesta di separazione nel
settembre 2008. Richiesta di poco preceduta da una querela penale sporta
dalla donna nei confronti del 62.enne per lesioni, ingiurie, minacce e
maltrattamenti. A complicare il tutto giungono la grave malattia che
viene diagnosticata
alla 50.enne e la successiva scoperta di una
relazione extraconiugale del marito. «Volevo solo tutelarmi»: così ieri
l'imputata nel giustificare quanto commesso. Resasi conto che dalle
pratiche di separazione non sarebbero giunti particolari benefici
economici, la 50.enne si recò a Lugano per incontrare il consulente
di un istituto bancario dove il marito aveva la relazione, riferendogli
(contrariamente al vero) che quest'ultimo, impossibilitato a
presenziare, aveva deciso di donarle gli
averi depositati. In tal modo avrebbe indotto il funzionario ad
allestire una lettera di estinzione degli stessi. Lettera che avrebbe
infine sottoposto al marito (costituitosi parte civile tramite
l'avvocato Giuseppe Pedroli) carpendone la firma poiché lo stesso era
solito sottoscrivere quanto gli veniva sottoposto sulla fiducia.
Accusa e difesa
«Riteneva
di non aver avuto il giusto riconoscimento
economico e pertanto ha
deciso di farsi giustizia da sé, agendo con determinazione e freddezza e
mettendo in atto un vero e proprio piano di vendetta»:
così la procuratrice pubblica Manuela Minotti Perucchi nel delineare gli
illeciti e nel chiedere una condanna a 16 mesi. Sul fronte opposto, il
rappresentante della difesa, avvocato Adriano Sala, che nel battersi
per una riduzione di pena, da porre al beneficio della condizionale, ha
posto l'accento sul difficile contesto in cui la donna si venne a
trovare: «Dedicò anima e corpo all'azienda e al marito, trovandosi
travolta dal senso di abbandono, dalla malattia, dalla consapevolezza
di una relazione extraconiugale
del consorte». Circostanze di cui la
Corte ha comunque voluto tener conto in sede di commisurazione della
pena, rilevando come pur a fronte di reati gravi l'imputata non abbia
agito per arricchirsi, lasciando il denaro nella stessa banca e nelle
stesse condizioni, seppure su un suo conto. GI.M


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