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Da: Il caffé della domenica, 20.04.08

Le contraddizioni dei sostenitori del libero mercato

Amalia Mirante

Le conseguenze della fissazione di un salario minimo costituiscono un argomento che, come tanti altri, non trova una risposta univoca nella teoria economica, come del resto mostrano i risultati opposti degli studi finora effettuati.
Diverse nazioni caratterizzate da economie solide e tendenzialmente in crescita, tra le quali la Gran Bretagna e l'Irlanda, hanno introdotto da tempo il salario minimo senza che questo sembri aver causato un aumento del tasso di disoccupazione e di inflazione, principali obiezioni sollevate dagli oppositori a questa regolamentazione.
Dalla statistica recentemente pubblicata sulla struttura dei salari, appaiono dati che evidenziano come ancora oggi esistono in Svizzera professioni i cui salari non consentono di vivere dignitosamente e onestamente, a patto di non dover ricorrere ai sussidi pubblici. In Ticino si stima che il tasso di working poor sia attorno al 10% della popolazione attiva tra i 20 e i 59 anni, mentre il dato a livello nazionale si aggira al 4%. Che il lavoro sia una componente fondamentale dell'individuo e della sua realizzazione, oltre che una necessità, può considerarsi, nelle nostre società post-industriali, un fatto innegabile; attraverso la fissazione di un salario minimo si cerca di eguagliare la necessità di avere un lavoro al diritto di vivere della propria attività (principio base affinché una società si definisca civile). Ciò ci sembra particolarmente importante in quanto sembra che negli ultimi 10 anni la quota dei salari in Europa è diminuita del 4.36%, mentre quella dei profitti è aumentata di oltre il 3% nel Prodotto interno lordo.
I settori colpiti maggiormente dal fenomeno dei bassi salari sono quelli della ristorazione, della fabbricazione e trasformazione di prodotti e del commercio al dettaglio; in antitesi a ciò i dati relativi al mese di febbraio appena pubblicati confermano il trend positivo che la cifra d'affari reale di questa branca persegue da diverso tempo. Ed é proprio nei settori caratterizzati dai bassi salari che le donne sono in prevalenza occupate. Accettando questa regolamentazione si potrà quindi consentire di ridurre i divari retributivi tra uomini e donne; di effettuare una redistribuzione dei redditi (non tra alti e bassi, bensì tra capitale e lavoro) che dovrebbe andare anche ad alimentare i consumi; di garantire una migliore previdenza sociale; di combattere il dumping salariale, nonché di sgravare in parte l'ente pubblico nelle sue spese assistenziali.
Per ciò che concerne la diffusa paura del fallimento delle attività a basso valore aggiunto con il conseguente aumento della disoccupazione, anche gli accaniti sostenitori del libero mercato dovrebbero interrogarsi sulla contraddizione interna del loro ragionamento. E cioè, se un'attività non riesce a remunerare a sufficienza i suoi fattori produttivi (ed è da ritenersi un livello sufficiente almeno un salario di sussistenza) - o in termini tecnici, se il salario minimo è superiore alla produttività - è corretto che si attinga ai sussidi pubblici per ovviare a questo divario? Nel libero mercato, attore unico e principale nello stabilire i salari, non vige la legge che "o si diviene efficienti al pari degli altri, oppure si è destinati al fallimento"?
 

Da: Il caffé della domenica, 20.04.08

La Camera di Commercio, riconosce le anomalie di alcune imprese, ma...

"Gli utili sono cresciuti
ma i salari sono fermi"


Libero D'Agostino 

Imporre per legge un salario non al di sotto dei 3'500 franchi, come rivendicato dall'Uss, l' Unione sindacale svizzera, per Franco Ambrosetti serve ben poco. "Servirebbe solo ad irrigidire il mercato del lavoro e a creare nuovi problemi a quelle aziende già in difficoltà", afferma il presidente della camera di Commercio ticinese. Secondo Ambrosetti, che già in passato ha puntato il dito contro i salari troppo bassi in Ticino, il vero problema sono le imprese che in questi tre anni di crescita economica hanno guadagnato bene, ma concesso poco: "Sono queste a dover aumentare i salari. È eticamente doveroso. Su di esse dovrebbe concentrarsi la pressione dei sindacati. Altrimenti significa che non fanno bene il loro lavoro". 
Certo è che anche con 3.500 franchi al mese non è facile vivere. Tolti i soldi per l'affitto, le spese per mangiare e  vestirsi, per l'auto o l'abbonamento del bus, per il telefono, qualche caffé al bar e, magari, per il premio della casa malati, non c'è da scialare. Bisogna tirare la cinghia. Eppure, per centinaia di migliaia di persone  questo salario resta una grande aspirazione. "In Ticino ci sono 4-5 mila lavoratori che guadagnano addirittura meno di 3000 franchi al mese" afferma Saverio Lurati segretario del sindacato Unia. Si tratta in gran parte di frontalieri che lavorano nelle aziende del Mendrisiotto, dove il sindacato ha anche riscontrato buste paghe di 10 franchi all'ora. "In alcune aziende del settore orologiero - sottolinea Lurati -, dopo gli aumenti che siamo riusciti ad ottenere in questi ultimi anni, oggi arriviamo a stipendi di 2'500 franchi. Dove non esiste un contratto collettivo c'è questa situazione. Perciò, chiediamo che, quantomeno, le imprese che ricevono aiuti dal Cantone paghino salari non inferiori ai 3'500 franchi, l'importo rivendicato ora dall'Uss".  Per Sandro Lombardi, direttore dell'associazione industriale, le imprese ticinesi generalmente pagano salari al di sopra di questa cifra: " Dal 2007 in diversi rami industriali ci sono stati aumenti superiori anche al carovita. Al di sotto dei 3'500 franchi ci sono solo le ultime propaggini di un settore manifatturiero che ha già trasferito all'estero la produzione. Imporre questo minimo salariale equivale a farle chiudere. Con un danno sociale ed economico ben più grave per tutti".
La rivendicazione dell'Uss non convince Ambrosetti: "Gli aumenti vanno contrattati impresa per impresa. Sono convinto che dove si è guadagnato bene è nell'interesse degli stessi imprenditori fare una politica salariale con aumenti che premiano anche il merito per motivare i dipendenti. Questo purtroppo non è sempre successo". 
Se un'impresa si regge solo sui bassi salari  -avverte Lurati- significa che è già fuori mercato. Proprio l'esperienza dei contratti collettivi dimostrerebbe che quando un'azienda è solida gli aumenti salariali non la mandano a gambe per aria:  "Nell'edilizia per i lavoratori qualificati - osserva- abbiamo ottenuto buste paga superiori ai 5'000 franchi. Anche in alcuni comparti dell'industria abbiamo raggiunto buoni livelli retributivi, e tutte queste aziende non sono di certo fallite". Sul fatto che tutti dovrebbero avere una busta paga dignitosa e adeguata al costo della vita, Lombardi concorda pienamente: "Tuttavia non possiamo dimenticare che ogni azienda paga sulla base del proprio business. Ma come si può costringere un fruttivendolo o un piccolo artigiano a pagare 3.500 franchi al mese o addirittura 4'000, come chiede l'iniziativa popolare del Movimento per il socialismo. Significa fargli chiudere bottega".
 

Da: Il caffé della domenica, 20.04.08

La metà degli indebitati
ha meno di 25 anni

Alberto Cotti

Statistiche alla mano in Svizzera quasi la metà dei beneficiari di prestazioni dell'aiuto sociale, hanno meno di 25 anni. In cifre assolute significa che 100 mila dei 210 mila beneficiari di sussidi, sono giovani. E non si tratta solo di ragazzi poveri, ma anche indebitati. Circa un terzo dei giovani tra i 18 e i 24 anni infatti, è indebitato. Secondo i dati raccolti lo scorso anno dalla Scuola universitaria professionale della Svizzera nord-occidentale, l'indebitamento medio è di 300 franchi. Debiti sovente contratti con i genitori, ma pure con fratelli e amici. Un quinto dei giovani è invece indebitato con diversi creditori - solitamente compagnie telefoniche -; mentre il numero di persone che deve restituire denaro alle banche è insignificante.
Di fatto però, negli ultimi anni il numero delle persone indebitate in Svizzera è cresciuto sensibilmente. Stando ad un'indagine dell'istituto Creditreform, tendenzialmente sono le persone tra i 40 ed i 60 anni a trovarsi più spesso in difficoltà. In media, il 2,72 per cento della popolazione elvetica è indebitato, anche se i dati variano sensibilmente da regione a regione, ma soprattutto tra città e campagna. Statisticamente, per esempio, gli abitanti della città di Sciaffusa risultano essere quelli maggiormente indebitati di tutta la Svizzera. D'altra parte, come era facile intuire, le grandi città e i loro agglomerati accolgono molti indebitati. Con alcune eccezioni però. A Zurigo, per esempio, il tasso più basso (1,47 per cento), si trova nella benestante Witikon, mentre quello più alto (6,61) si localizza nel "Kreis 4", il circondario della Langstrasse considerato il quartiere malfamato della città sulla Limmat. Situazione simile a Lucerna, dove le persone quasi senza debiti vivono nel quartiere nobile di "Kastanienbaum"; mentre quelli indebitati nei quartieri popolari che sorgono accanto al centro storico. Discorso analogo in Ticino, dove i tassi di indebitamento più alto, si concentrano attorno agli agglomerati di Bellinzona, Locarno e Lugano.
Un ulteriore studio, questa volta dell'Ufficio federale delle assicurazione sociali (Ufas), sostiene invece che il rischio di precarietà è più alto prima dei 40 anni - nel momento di costituzione delle famiglie - e dopo gli 80. Però, accanto all'età e alla situazione familiare, sono determinanti fattori come la formazione, la posizione professionale e lo statuto migratorio.
Secondo l'Ufas, le meno esposte a rischi sono le persone tra i 55 e i 64 anni, seppur è proprio in questa fascia di età che si riscontrano le maggiori differenze tra gli estremi. In generale, le donne sole - con o senza figli - e gli invalidi hanno un rischio di povertà elevato. Inoltre, il maggior numero di milionari si trova proprio tra i pensionati - soprattutto se vivono in coppia - che hanno sì un reddito inferiore agli attivi, ma possono contare sul capitale accumulato con i risparmi personali.
Risultati che, come scrive Yves Dossier, direttore dell'Ufas, "rimettono in questione alcune delle nostre idee in merito alla distribuzione dei redditi tra i sessi, i tipi di famiglia e le classi d'età". Visto che i pensionati presentano un rischio di diventare poveri piuttosto basso, "si può concludere - annota Dossier - che il sistema di previdenza a tre pilastri riempie bene la sua missione costituzionale". a.c.
 

Da: La regione, 19.04.08, pag 3 

Il lavoro è lo stesso, il salario no
La Commissione tripartita chiede un accordo per migliorare lo stipendio dell'occupazione interinale


Gli esperti li chiamano «lavo­ratori atipici » perché sono sì occupati in vari settori come tutti gli altri, ma non dipendo­no - non sono pagati - dalla ditta in cui lavorano e cambiano spesso azienda o addirittura ti­pologia professionale. Preva­lentemente giovani al primo impiego, ma non solo. Flessibi­li, costretti a vivere quasi alla giornata, spesso precari. A vol­te sottopagati.
Ma quanti sono in Ticino? Molti e in crescita. Certo è che si deve fare qualcosa, tentare almeno di «metterci una pezza» e così la Commissione triparti­ta, riunitasi ieri, ha deciso di stipulare un «gentlemen agree­ment » ( un patto non scritto) con le agenzie di lavoro interi­nale - i datori di lavoro degli «atipici» - i rappresentanti sin­dacali Ocst e Unia e degli im­prenditori Aiti e Camera di commercio. Un accordo che do­vrebbe essere valido per tutti i settori, come si precisa in una nota, dove si fa capo al lavoro interinale ovvero temporaneo. L'obiettivo della Tripartita (la commissione chiamata per leg­ge a verificare l'andamento cantonale del mercato del lavo­ro) è tanto semplice quanto im­portante: permettere ai lavora­tori occupati nelle imprese tra­mite le agenzie interinali, di poter « beneficiare condizioni di salario equivalenti, a parità di lavoro e qualifica, a quelle dei lavoratori assunti direttamente dall'impresa acquisitrice, anche nei settori non coperti da Ccl » come si legge nel comunicato della Tripartita. Cosa capita oggi? Semplice. Chi è assunto dalla ditta in cui lavora perce­pisce un certo stipendio, maga­ri regolato tramite un contrat­to aziendale. Questo, tanto per intenderci, è il «lavoratore tipi­co » che conosciamo da sempre. Il fatto è che da anni questi la­voratori operano fianco a fian­co ad altri che svolgono la stes­sa attività, nella medesima azienda, ma sono alle dipen­denze di un'agenzia esterna che li paga meno dei colleghi «regolari». In alcune piccole e medie aziende ticinesi - ad esempio dell'edilizia, ma non solo - oggi si può trovare un or­ganico composto metà dai di­pendenti diretti e l'altra metà dagli interinali, che lavorano appunto ad interim; per un dato periodo. Una situazione che, a detta della Commissione tripartita, va meglio gestita per evitare non solo evidenti ingiu­stizie ma anche possibili squili­bri nella realtà occupazionale. Il mercato del lavoro è in len­ta ed inesorabile trasformazio­ne, come si è compreso, e come dimostra anche un altro settore che ha occupato la riunione di ieri della Tripartita. Stando ai risultati « emersi nei recenti con­trolli svolti nel settore dei servizi di assistenza e cure a domicilio » si legge nella nota giunta ieri, la commissione ha dato manda­to al suo gruppo interno «Mer­cato del lavoro» di studiare una procedura tesa a regolare le condizioni dei lavoratori. In particolare s'intende chiedere al Consiglio di Stato di emana­re « un contratto normale di la­voro che regoli le condizioni sa­lariali, gli orari e le vacanze per il settore privato dei servizi di assistenza e cure a domicilio del Canton Ticino ».
Il primo passo, si precisa, sarà quello di convocare i ser­vizi coinvolti ( una quindicina di aziende) così da trovare un'intesa nel solco delle nor­mative stabilite dal Codice del­le obbligazioni. La Tripartita non lo dice, ma date le premes­se s'intuisce che in questo cam­po il precariato salariale è lar­gamente diffuso. Detta altri­menti, ogni imprenditore si comporta come meglio crede e... gli fa comodo. Un mondo del lavoro frammentato, molecola­re, sostengono gli esperti. Realtà medio- piccole che si muovono in un contesto com­pletamente cambiato a prescin­dere dalla libera circolazione delle persone nell'Unione euro­pea e in Svizzera, anche se que­st'ultima evidentemente gioca un ruolo importante. A.BE




TI- PRESS
Il lavoro fisso? Sempre più un miraggio

 

Da: La regione, 15.04.08, pag 8

Fino a ieri abbiamo lavorato per le tasse
Nel 2007 l’aliquota fiscale in Svizzera è ammontata a 29,4%


Berna – Ieri i contribuenti svizzeri hanno finito, per quest’anno, di lavora­re per pagare le imposte. Il Diparti­mento federale delle finanze (Dff) ha calcolato che il cosiddetto giorno del­l’adempimento dell’obbligo fiscale cade, nel 2008, il 14 aprile. A livello teo­rico gli svizzeri hanno quindi sgobba­to per 104 giorni per le tasse: tre in meno dell’anno scorso, ma quasi il doppio di 50 anni fa (1958: 53 giorni). Naturalmente si tratta di un dato medio: a seconda del domicilio e della fascia di reddito vi sono molte persone che dovranno lavorare ancora a lungo per onorare le ‘gabelle statali’: e non è che dopo il fatidico giorno comincino mesi di bagordi, visto che a quel punto s’inizia semplicemente a pagare affit­ti, assicurazioni, ipoteche, eccetera. Secondo il Dff l’aliquota fiscale (par­te di creazione di valore del paese as­sorbita
dal fisco e dalle assicurazioni sociali) è ammontata nel 2007 a 29,4%; nel 2008 – in base ai preventivi pubbli­ci – sarà del 28,5%. Nel 2000 era del 30%, nel 1990 del 26%.
Nel 2008 l’aliquota fiscale della Con­federazione ammonta al 10,2% del pro­dotto interno lordo, quella dei Cantoni al 7,1%, quella dei comuni a circa il 4,2% e quella delle assicurazioni socia­li obbligatorie al 7%.
La crescita dell’aliquota fiscale ne­gli anni Novanta è andata di pari pas­so con quella della spesa pubblica. Nel confronto internazionale, tra il 1990 e il 2000 le uscite degli enti pubblici in Svizzera sono aumentate in modo su­periore alla media: da allora anche la quota d’incidenza della spesa pubblica si è però stabilizzata, afferma il Dff. La Svizzera si trova nella zona centrale
della classifica dei Paesi Ocse. La tendenza si rispecchia anche nel­l’evoluzione del debito di Confedera­zione, cantoni e comuni. Dopo un leg­gero aumento dovuto alla recessione negli anni 2002 e 2003, nel 2006 questa quota si trovava per la prima volta dal 1995 sotto la soglia del 50%. Secondo le valutazioni del Dff essa è del 43,6 per cento. Poco più della metà del debito pubblico è imputabile alla Confedera­zione (23,8%) mentre i valori dei Can­toni e dei Comuni ammontano rispet­tivamente all’11,5 e all’8,2%.
Sempre più importanti sono la pre­videnza sociale e la sanità. Nel 1990, il 28% delle uscite è andato a favore di questi due settori, mentre nel 2006 la quota ha raggiunto il 35%. Per il Dff un risanamento durevole delle finanze non è ancora garantito, specialmente tenendo conto delle prossime sfide do­vute all’evoluzione demografica.

 
 

 

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