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Da: Caffé della domenica, 16.03.2008

“Mi lascio alle spalle
tre anni di calvario”




Mauro Giacometti


Sono passati tre anni. Tre anni di calvario  professionale e personale da quando, nell’aprile del 2005, il Cantone le sospese il libero esercizio di medico. Allora era ancora il dottor Dominik Striebel, naturopata e dietista con avviato studio a Caslano; oggi è la dottoressa Laura Armani: stessa specializzazione, medesima cittadina per ricevere e curare i suoi pazienti, anche se sotto il camice bianco indossa una gonna invece dei pantaloni. “L’ultimo ostacolo burocratico è superato, ho ricevuto il benestare della Commissione di vigilanza – dice la dottoressa Armani -. Ai primi di aprile inauguro ufficialmente il mio studio a Caslano, a poche centinaia di metri dal consultorio precedente. Un impegno ancora a tempo parziale, che dividerò con la mia attività a Zurigo, ma è già sufficiente per essere soddisfatta. Ho vinto la mia battaglia per tornare ad esercitare la mia professione nonostante il cambiamento di sesso”.
La sentenza del Tribunale amministrativo dello scorso dicembre, che sconfessava la decisione del Dipartimento sanità e quindi del consiglio di Stato di sospendere Laura Armani come medico per ‘disturbi psico-fisici’, le ha reso dunque giustizia: il dottor Striebel, diventato dottoressa Armani, ha tutti i requisiti per continuare a curare i suoi pazienti. E per ribadire la sua vittoria su quelli che lei chiama “pregiudizi e discriminazioni delle autorità sanitarie cantonali’”, Laura Armani è ripartita da Caslano. “Nella mia battaglia legale per poter continuare ad esercitare – dice - mi ha confortato sapere che i pazienti ticinesi e anche quelli che ho seguito a Zurigo, dove lavoro da oltre un anno e senza problemi da parte delle autorità sanitarie zurighesi, mi hanno sempre sostenuta. Adesso non vedo l’ora di riceverli nel mio nuovo studio e ringraziarli personalmente per il sostegno alla mia causa”.

Da: Caffé della domenica, 09.03.2008

Spenna un pennuto, interviene un magistrato

Brucia vivo un merlo
ma la procura lo assolve




Patrizia Guenzi



“Amen”. Così diceva Beo, un simpatico e affettuoso merlo indiano alla sua padrona, Giuliana Lafranchi, gerente del ristorante delle Alpi di Cadenazzo. “Tutti i giorni gli cantavo canzoncine allegre per farlo divertire. E lui alla fine diceva sempre amen”. E chissà se, spirando tra le fiamme, la povera bestia ha mormorato proprio quella parola a mo’ di conclusione della sua esistenza. Il povero Beo è morto lo scorso 14 dicembre. “Spennato vivo e gettato nel camino da un avventore, nemmeno mio cliente abituale - spiega Giuliana -. L’ho denunciato, c’erano dei testimoni, ma la colpa non è di nessuno”. La procura ha infatti emesso un non luogo a procedere per “l’inesistenza degli estremi di reato quantomeno per insufficienza di prove”, scrive Luca Maghetti.  
E pensare che quel giorno il ristorante era pieno e Giuliana indaffaratissima tra la cucina e il servizio. Quando va nella saletta del camino, vede la gabbia di Beo aperta e un signore che lo tiene in mano. “Non mi sembrava volesse fargli del male, pareva accarezzarlo”, ricorda. Quando torna dalla cucina non lo trova più. Per terra un mucchietto di piume. Le piume del suo Beo… Chiede ai presenti che le rispondono tra le risa: “È stato buttato nel fuoco perché non voleva parlare”. Giuliana resta basita, incredula… Non sa se chiamare la polizia, ma non vuole creare fastidi ai suoi abituali clienti. che sembrano aver bevuto un po’ più del dovuto. Così, il lunedì dopo chiama la Protezione animali di Bellinzona che le consiglia di telefonare al veterinario cantonale. “Vanzetti mi dice di fare immediatamente denuncia”, racconta. Dopo qualche giorno viene chiamata dalla polizia di Giubiasco per il verbale, come i due testimoni che  non si sa cosa abbiano riferito. Giuliana sa bene che il suo Beo più nessuno glielo ridarà, ma spera almeno in una multa per il colpevole che ha infranto la legge federale sulla protezione degli animali. Ma la delusione è dietro l’angolo. Nessuno è colpevole per la morte di Beo. “Oltre al danno anche la beffa – commenta amara Giuliana -. Beo l’avevo pagato caro perché parlava bene. Tutte le mattine mi salutava dicendo ‘ciao, come stai’. Gli avevo appena comperato la gabbia nuova… E adesso è qua vuota e io mi dispero perché forse avrei potuto evitare la sua morte. Ma ero così indaffarata. E poi mai più avrei pensato che qualcuno potesse uccidere un animale in questo modo”.

Da: Il caffé della domenica, 30.03.2008

Denuncia in magistratura per il pensionato di Arbedo

La procura apre inchiesta
sul ‘killer dei gatti’




Patrizia Guenzi



Dopo le minacce l’inchiesta. Per Peter Frösch - pensionato di Arbedo assurto alla cronaca come il “killer dei gatti” dopo aver, seppur anonimamente, spiegato alla stampa i motivi della sua battaglia contro i mici, con tanto di foto col fucile sottobraccio - i guai continuano. Dapprima minacciato più volte per le sue dichiarazioni, in seguito nel mirino del procuratore pubblico Luca Maghetti che, su segnalazione dell’Ufficio del veterinario cantonale, ha aperto un’inchiesta. Dopo il caso del merlo di Cadenazzo, spennato e buttato vivo nel caminetto, ancora animali per il procuratore Maghetti: questa volta non volatili, ma gatti. E se la denuncia fatta da Giuliana Lafranchi, gerente di un ristorante a Cadenazzo, per la morte del suo merlo indiano è terminata con un decreto di non luogo a procedere (non motivato), adesso Maghetti  dovrà verificare se, invece, in questo caso il pensionato di Arbedo ha leso o no l’articolo 27 della legge federale sulla protezione degli animali. 
Intanto, Frösch dice: “Non so nulla, dalla procura non ho ricevuto alcuna comunicazione”. Due settimane fa, l’uomo di origini svizzero tedesche ma residente in Ticino da molti anni, è uscito allo scoperto sul Caffè per spiegare come da moltissimo tempo non spara più ai felini - colpevoli a suo dire di rovinare l’ecosistema - ma si limita ad usare uno scacciagatti. Mentre Armando Besomi, presidente della Protezione animali di Bellinzona, è già stato interrogato: “Negli anni ho fatto numerose denunce per gatti uccisi, o con la testa fracassata o con un colpo di fucile, e buttati nel mio recinto - spiega -. Una decina di giorni fa le ho consegnate in polizia, assieme alle pallottole e alla cassetta della telecamera posizionata all’entrata della protezione”.
p.g.

Da: Corriere del Ticino, 29.03.08, pag 17

Spesi 2.000 franchi per una rissa
Alterco tra profughi avvenuto a Chiasso: il Governo dà le cifre

Sollecitato da due deputati leghisti, il Consiglio di Stato rende conto dei costi dell’intervento di polizia del 24 gen­naio. No comment sul patrocinio dei rapinatori rumeni

Nella risposta del Governo al­l’interrogazione presentata il 28 gennaio dai granconsiglieri della Lega dei ticinesi Rodolfo Pantani e Lorenzo Quadri, emergono i det­tagli dell’operazione di polizia condotta a Chiasso il 24 gennaio. Nell’occasione, come aveva rife­rito in esclusiva il Cd T il giorno se­guente, era avvenuta una rissa in fondo a viale Volta, vicino al distri­butore di benzina della Shell. A fronteggiarsi erano state quattro persone, tre di nazionalità mon­gola e un marocchino, tutti ospiti del Centro di registrazione per ri­chiedenti l’asilo di via Motta. Per i rilievi del caso, precisa il Gover­no nella risposta datata 11 marzo «sono intervenuti 3 agenti della Polizia cantonale e 2 agenti della Polizia comunale di Chiasso, im­pegnati per 3 ore. Per lo stesso fat­to, altri 2 agenti della Polizia can­tonale sono stati impegnati per 6 ore il giorno seguente». Vengono poi forniti ragguagli sulle spese ca­gionate al Cantone: «Il costo per il personale della Polizia cantona­le (comunque in servizio), veico­li impiegati, indennità, è di fran­chi 1.869. I costi per gli interpreti ammontano a franchi 340». Nel corso del 2007, sono state 28 le ris­se registrate dalla polizia sul ter­ritorio cantonale, di cui cinque con protagonisti dei richiedenti l’asilo. Quattro di questi pestaggi sono avvenuti a Chiasso e uno a Lugano. Eventi che sono costati al Cantone 8.500 franchi. Sull’onda di questi episodi, contrariamente da quanto suggeriscono gli inter­roganti, il Governo non reputa op­portuno far pressioni sulla Confe­derazione affinché rinunci al nuo­vo centro profughi previsto nel quartiere Soldini, all’interno del quale sarà pure aumentato il gra­do di sicurezza.
Avvocati gratis ai criminali stranieri? Nessuna risposta

Meno esaustiva è la risposta all’in­terrogazione inoltrata dallo stes­so Quadri e da Attilio Bignasca il 5 febbraio, che chiedevano se i ra­pinatori rumeni che colpirono in valle di Muggio all’inizio del 2006 beneficiano del gratuito patroci­nio e se sì quanto sborserebbe lo Stato per difenderli. Il Governo, tuttavia «non fornisce le informa­zioni sui nomi e sui casi delle per­sone poste al beneficio del gratui­to patrocinio né sui costi». Negli ultimi due anni sono stati spesi in tutto poco meno di 2,6 milioni di franchi per gratuiti patrocinî.

Da: Mattino della domenica 

Scritto da Lorenzo Quadri - MDD   

domenica 30 marzo 2008
Il maggior numero di doppi redditi è di sinistra, chissà come mai?

Del fatto che oggi per un giovane trovare lavoro diventa sempre più difficile, se ne sono accorti anche i paracarri. Per questa situazione si può ringraziare chi ha pensato bene di spalancare il mondo del lavoro ticinese agli enormi quantativi di manodopera a basso costo in arrivo da oltreconfine. Molto più semplice, per qualsiasi datore di lavoro, assumere frontalieri, e pagarli meno. Questo non solo nell’edilizia ma anche nel settore terziario, cioè negli uffici. Ossia dove – a torto o a ragione – la maggior parte dei giovani ticinesi aspira ad andare. Obiettivo che diventa sempre più difficile se si pensa che a Lugano ci sono segretarie frontaliere pagate 1800 Fr al mese.
Mentre quindi il Ticino si dibatte in una situazione occupazionale sempre peggiore, soprattutto per quanto attiene al tasso di disoccupazione giovanile, triplicato in pochi anni, nello Stato abbondano i doppi redditi pubblici (ovvero marito e moglie) che lavorano entrambi per il settore pubblico. Cumulando anche dei bei soldoni.
In effetti dalla risposta ad un’ interrogazione parlamentare del deputato leghista Donatello Poggi emerge che ci sono in Ticino 367 doppi redditi all’interno dell’amministrazione cantonale. Quelli inferiori ai 120mila Fr sono 89, mentre 100 sono superiori ai 180mila.
A queste cifre vanno aggiunte quelle, che rimangono ignote, circa legami di parentela diversi dal matrimonio (ad esempio fratelli, padre-figlio, zio-nipote, eccetera).
Poi ognuno può fare i ragionamenti che vuole, si può parlare dei Berufverbot che non ci devono essere, si può rilevare che è sempre più raro che i matrimoni durino in eterno e quindi quello che vale oggi non vale più domani;  si può dire che i doppi redditi ci sono anche nel privato. Solo che il privato non è di tutti i cittadini, lo Stato invece sì. Quindi lo Stato deve per primo preoccuparsi di conservare il più possibile l’equità. Stranamente, ma guarda un po’, i doppi redditi pubblici elevati riguardano soprattutto la sinistra, che naturalmente si guarda bene dal porsi il problema. Altro che pretendere di difendere i disoccupati o i working poor, quando si è in due e si beneficia ognuno di un abbondante reddito pagato dai contribuenti e, come se non bastasse, di una cassa pensioni col primato delle prestazioni, cosa che nel privato non esiste e che la maggior parte degli enti pubblici ha abbandonato. Ma naturalmente, l’amministrazione cantonale fa eccezione.
Troppo facile nascondersi dietro valutazioni generiche di parità tra i sessi per dire che i doppi redditi pubblici sono ineluttabili.
Ci sono delle situazioni di doppio reddito pubblico elevato (non parliamo delle donne di pulizia) che stridono con la realtà della disoccupazione giovanile. E allora cosa si può fare? A parte privilegiare nelle assunzioni dello Stato chi non va a creare situazioni di doppio reddito pubblico, una cosa concreta può essere fatta. Si possono introdurre dei tetti massimi di percentuale lavorativa per i doppi redditi. Ad esempio, una coppia che lavora nel settore pubblico non può totalizzare un tempo lavorativo superiore al 150%. Questa soluzione, ci fosse la volontà politica, potrebbe essere adottata immediatamente. E non è mica vero che andrebbe a discriminare le donne. Non sta scritto da nessuna parte che un uomo non possa lavorare a tempo parziale.

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